Figlio delle Ombre
“…L’infante dormiva placido nel buio della camera, nel centro esatto di essa. Non era una situazione normale, giacché questa è più un’aula echeggiante che non una semplice stanza da letto per infanti, con le solite pareti azzurre e animaletti occhieggianti sparsi dappertutto, buffi, vestiti come tante dame e cavalieri. Questo è, potete vederlo da voi, un antro vuoto e immenso, ove la notte regna da molto, molto tempo. Padre e madre erano due demoni, conosciuti come Desiderio e Lontananza: alti come alberi, robusti come tori e dal volto umano. La loro pelle era color Notte Fonda, anche sulle palme delle mani e sotto le piante dei piedi, pertanto era difficile accorgersi della loro presenza non fosse per la voce gelida che si faceva avvertire dentro il cuore, raggelandolo o infiammandolo, a seconda dei casi.
“Un estraneo non avrebbe mai potuto camminare in questa vastità senza inciampare fra sedie e tavoli, effetti personali e strumenti da lavoro dei due demoni genitori: le tenaglie di Desiderio, tante quante sono le corde dell’anima, e i mantici di Lontananza, fatti d’ossa e tendini umani, in grado di congelare gl’incendi più violenti. Non v’erano letti poiché Desiderio e Lontananza soffrivano di una forma d’insonnia assoluta.
“Nel cuore della Spelonca Infernale dormiva l’infante splendente, poggiato sulla nuda roccia. Una luce spersa nella soverchiante Oscurità. Il suo riposo non era affatto pacifico, altri erano i figli dei demoni, somiglianti tutti ai loro genitori. Avidità lo pizzicava al petto in continuazione; Lussuria cercava sempre di fargli il solletico, mentre Pigrizia lo schiacciava a terra seduta sul pancino, con il suo ponderoso didietro. Rabbia, però, era di gran lunga il più rumoroso: si divertiva, senza alcun preavviso, a scuoterlo dappertutto, gettandolo a destra e a manca gridando come un ossesso.
“Quando i quattro fratelli si mettevano tutti insieme a torturare il loro fratellino più piccolo (il loro gioco preferito) si creava un gran trambusto e allora intervenivano i genitori a separare i contendenti. Le tenaglie del padre strappavano via Pigrizia dal ventre del piccolo, non senza ferirlo; Desiderio richiamava altresì all’ordine Avidità. La madre spegneva lo spirito infuocato di Lussuria e le intemperanze di Rabbia, mai però che questi colpi risparmiassero il pargolo, esso avvertiva contemporaneamente il canto monotono di Lontananza e l’urlo bruciante di Desiderio e dentro di sé n’era scosso. Solo allora il bambino di luce si svegliava, piangendo di dolore.
“Ma egli era destinato a sopravvivere ai suoi demoniaci parenti, poiché un giorno la volta dell’antro cadde e fu il suo vagito a sgretolare la parete di roccia. La voce del bambino scintillante che si chiama Speranza.
“Ora, come potete vedere, signore e signori miei, la Spelonca Infernale è vuota e il nostro giro turistico è terminato. Spero l’abbiate trovato… illuminante. Sentitevi liberi, pertanto, di tornare ognuno alla propria bolgia di provenienza e a riunirvi con i fuggitivi di questo antro, i vostri aguzzini”.
Dette queste parole, la guida con indosso la casacca del MinCulDann (Ministero per la Cultura dei Dannati) osservò distrattamente, sotto un cielo di roccia, i corpi e le facce degli spiriti distorti dalla sofferenza rompere le righe, sciamare verso il traghetto e riempire di lamenti disperati il breve tratto di costa che li separava dalla nave in attesa. Le doppie fila di diavoli flagellanti ebbero il loro bravo daffare a mantenere un qualche ordine in quel pandemonio.
Grattandosi con gli artigli fra le corna ritorte, lo sguardo distratto del demone-guida lesse le lettere impresse nel fasciame d’ossa dell’imbarcazione, che galleggiava pigra sullo Stige incandescente. La scritta recitava: “Caronte Ferries”.
FINE
Note dell'Autore:
Questo racconto ha concorso con onore ma senza troppo successo al XIII trofeo RiLL per il Miglior Racconto Fantastico.
